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The Rapture - Pieces of the People We Love

Etichetta: Umvd  -  Voto: 6
Pezzo migliore: Calling me
 

Iniziatori con Echoes del 2003 del cosiddetto Funk-Punk, grazie alle mani dei produttori newyorkesi della DFA, The Rapture pubblicano il nuovo dico, Pieces Of The People We Love, con levidente proposito di fare il botto. A questo scopo sono stati convocati, dietro la consolle, i produttori più in del momento: Danger Mouse (Gnarls Barkley, Gorillaz), Paul Epworth (Bloc Party, The Futureheads) e Ewan Pearson (Franz Ferdinand, Goldfrapp).

Soltanto questo dovrebbe fare luce su un album dalla gestazione troppo curata.

di Joyello

 

Esagerare nel lavoro di cesello, soprattutto se largomento è il rocknroll, finisce sempre per dare al prodotto un sapore un po adulterato anche quando, come nel caso qui presente, il rocknroll è alla ricerca di sonorità nuove, elettroniche e modernissime.

Diciamolo: Pieces of People we Love non è un granché, sbatte da un punto di riferimento allaltro senza riuscire mai a trovare un suo temperamento.

E vero, rispetto al disco desordio qui si respira meno latmosfera anni 80 e Robert Smith,  stavolta, non si rivolterà nella tomba (Come dite? Robert non è ancora morto? Ah, credevo), ma i tentativi di rinnovare una sonorità così connotata (sebbene al limite del plagio) non riesce ancora a trovare la direzione migliore. Già di primo acchito si sente la cura maniacale riservata allalbum coi tre produttori al lavoro su un suono che sia bello-aperto, dove le architetture armoniche si avvicinino ai primordiali esperimenti etnic-funky di Talking Heads e Pop Group conditi da esercizi di pop più leggero stile The B 52s o Adam & The Ants Insomma, avete capito: punk elettronico,  funky bianco e gran caciara con qualche piccola confusione stilistica che, qui e la, risulta pure interessante e buffa. Calling Me, per esempio, con Danger Mouse in bella evidenza, odora addirittura di psichedelica con ottimi duetti lisergici tra il sassofono impazzito e la chitarra grattugiata.

Non cè molto altro. E se, come il sottoscritto, vi aspettavate di più, cercate di affrontare il primo ascolto con minore aspettativa. Forse è proprio quello che ci vuole.

Si tranquillizzino comunque i fans, che potranno continuare a seguire la band semplicemente rimandando quel qualcosa in più al prossimo album ma, soprattutto, si tranquillizzino i DJs: lalbum ha una ritmica bella, potente e pompata, Luke Jenner vi si adagia in maniera molto matura e personale e il groove del famigerato decennio riaffiora con un corretto dosaggio per  dare lo slancio giusto ai drappelli del dancefloor.

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