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The Shins - Wincing the Night Away

Etichetta: Sub Pop - Voto: 7
Brano migliore: Phantom Limb

Il delizioso “Chute to Narrow” del 2003 faceva presagire che The Shins avrebbero prima o poi cominciato a fare sul serio. Sicché oggi, all’indomani dell’uscita del terzo capitolo della loro storia (quarto se includiamo anche l’album pubblicato come Flake Music), rappresentano la punta di diamante della SUB-POP.

E non a torto, dal momento che Wincing the Night Away è un lavoro di bella fattura, congeniato in modo sorprendente e destinato a diventare un piccolo classico del rock statunitense.
Se a qualcuno può risultare come una gradevole manciata di brani power pop e niente più, a me pare piuttosto una raccolta di ottimi esemplari del miglior songwriting moderno.

Il suono, rispetto agli album precedenti s’è raffinato molto senza compromettere o alterare la purezza degli esordi a parziale scongiuro di molti fans che temevano di ritrovarsi per le mani un album di poco carattere e con (solo) appeal commerciale.
Wincing the Night Away è invece fecondo di ottima musica pop che scorre allegra e fresca come l’acqua di un ruscello di montagna. L’apertura in crescendo di Sleeping Lesson ha un nonsoché di contagioso e ci mette di buon umore all’istante assicurandosi la possibilità di averci come ascoltatori per il resto del disco. Australia ha un retrogusto di quei primi Cure  quando Robert Smith doveva ancora cominciare a lagnarsi della vita in favore di squillanti pezzi di new wave.

In Phantom Limb, che è la mia preferita, invece risuonano i Byrds più beat con tanto di organetto Farfisa a reggere il refrain. Quel beat macchiato di garage americano che ritroviamo anche nella deliziosa Turn on Me che potrebbe essere spacciato come un inedito dei Dukes of Stratosphear con anche l’intatta ironia dei maestri. Con Red Rabbits e Black Wave viene fuori che James Mercer ha stoffa da vendere nella confezione di leggere ballate easy listening, fatte di pochi ma esemplari ingredienti.

Poco importa se l’album contiene anche qualche piccolo calo di tono (A Comet Appear, in chiusura, si può tranquillamente saltare) quando le fondamenta sono di così buona fattura. A condire il tutto c’è la band che è simpatica e disponibile. Non se la tirano, non sono dei belloni-senz’anima, mostrano con orgoglio ed ironia pancetta e faccia da schiaffi e, cosa fondamentale, sembrano davvero appassionati del proprio lavoro. Conta.
E se posso essere d’accordo con quelli che si aspettavano di più da questo album, mi viene da provarci pensando che quell’aspettativa fosse riconducibile all’evidente talento di questi ragazzi.

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