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The Who - Endless Wire

Endless Wire (W/Dvd)

Etichetta: Polydor    -   Voto: 6/7

Brano migliore: Mike Post Theme

 

Diciamo subito che, tra gli altri, alla batteria in Endless WireZak Starkey, il figlio di Ringo Starr, mentre al basso cè Pino Palldino, tra i più grandi session men delle quattro corde. Poi ci sono anche altri musicisti aggiuntivi, nomi noti nellambiente e anche qualcuno meno conosciuto ma di grande prestigio. Poi ci sono quei due che...  beh quei due sono The Who, la ditta Daltrey & Townshend in forma smagliante nonostante il velo dargento sui capelli, le rughe sul volto e gli occhiali da vista.


di Joyello

Mi ha fatto ridere, un paio di giorni fa, un post di Tony Face che diceva di essere stato in un negozio a chiedere Lultimo dei Beatles e lultimo degli Who sentendosi, per un istante trasportato indietro fino al 1966 Epperò, se da un lato LOVE degli Scarafaggi, più che un album, è unopera darte del mash-up, The Who hanno inciso un vero e proprio disco nuovo. A distanza di ben 23 anni dal precedente.

Lapertura (Fragments), si avvicina un po (solo un po) al lavoro che ha fatto George Martin coi Beatles riprendendo e rielaborando il sequencer iniziale di Baba ORiley. In realtà il pezzo è un esperimento realizzato in collaborazione con Lawrence Ball che mette in atto le possibilità di un software da lui sviluppato in grado tracciare digitalmente il ritratto musicale di un individuo. E quello di Fragments è indiscutibilmente quello di Pete Townshend!

Ma anche il resto del disco, se analizzato da un punto di vista prettamente stilistico, risente molto dei vecchi Who, quelli fine 60/inizio 70 soprattutto, quando il loro Beat/Mod cominciava a colorarsi di Progressive con sperimentazioni sonore sempre più evolute e divagazioni letterarie daltissimo livello.
In fondo non è richiesto molto di più a questi ex ribelli del rock che, in barba alle disgrazie (la morte di Keith nel 1978 e quella di John nel 2002), alle malelingue (le infondate accuse di pedofilia nei confronti di Pete) e agli anni che passano inesorabili (i ragazzini stanno intorno ai 62 anni), sono di nuovo sulla breccia, orgogliosi di un album assolutamente dignitoso.

Ecco. Dignitoso. Non mi prodigherò in elogi altisonanti. Penso che Endless Wire sia, in certi passaggi, assolutamente pregevole, ma allo stesso tempo, in certi altri, pecchi di una ridondanza compositiva talmente carica da apparire anche stucchevole.

E, infatti, mentre lascoltavo mi ha colto anche qualche sbadiglio.

In realtà lopera, come nella consuetudine di The Who, è solo un po troppo complessa e la sua componente letteraria non può essere presa sottogamba. In questo capire facilmente i testi sarebbe daiuto per chi, come il sottoscritto, non ha gran facilità nel listening.
Ascoltandolo seguendo i testi scritti ho potuto apprezzare un po di più il lavoro e scoprire che alcune delle canzoni più interessanti sono anche quelle con i testi più belli. Mike Post Theme, per esempio, è sublime. Un modo di Townshend per dire la sua riguardo luso della sua musica da parte della TV (ed in particolare di who are you ormai indissolubilmente legata a C.S.I.) e di farlo con una leggerezza ed una modernità invidiabile; 200 years invece è un bellissimo ritratto di Giuda, il discepolo traditore, descritto come se si trattasse, al contrario, del più fedele;  You Stand by Me è un sentito ringraziamento per le persone che gli sono state vicino nei momenti bui dellaccusa di pedofilo (la moglie Rachel e Roger) mentre Black Widows Eyes è una stupenda istantanea in puro stile Who (e con un ritornello strepitoso) del sentimento legato allamore e allinnamoramento.

Allinterno della scaletta appare anche, in versione integrale, la mini opera Wire & Glass, pubblicata qualche mese fa su mini-cd, che racconta attraverso la voce dellimmaginaria rockstar Ray High, la nascita, la crescita e linevitabile fine di un gruppo musicale messo in piedi da tre ragazzi di diverse origini e culture.

Musicalmente, come già detto, lalbum potrebbe essere nato trentanni fa e le novità (elettroniche e/o stilistiche) riescono con difficoltà a fare capolino in un sound così ben delineato. Quando accade, però, hanno il sapore del tributo più che del rinnovamento. Non che sia un difetto, intendiamoci. Solo mi aspettavo qualche rischio in più. Mi piace pensare che alcuni passaggi, evidenti tributi, siano studiati ad arte per dimostrare affetto a musicisti che, venuti molti anni dopo gli Who, abbiano in qualche maniera rappresentato il cambio generazionale che ha ingrigito la loro stella. Parlo di In the Ether dove Roger ammicca evidentemente a Tom Waits oppure 200 Years dove larrangiamento acustico col mandolino sembra scritto da Peter Buck degli R.E.M. Ma non lasciatevi impressionare: molte canzoni hanno davvero un grande spessore musicale e la penna di Townshend dimostra di avere ancora molto inchiostro. Ciò che regge un po meno è la nostra attenzione: la mole dellopera e certi recitativi un po noiosetti, giocano a sfavore nella fruizione dellalbum. Serve molta dedizione e qualche ascolto in più per cogliere tutti gli ingredienti di Endless Wire e questa, non me ne vogliano i fans, è lunica (ma non indifferente) caratteristica che rischia di rendere vetusto e ostico un album con potenzialità ben più interessanti.

Un piccolo sforzo, davvero esiguo, si sarebbe potuto fare per la grafica: immagino che si sia fatto a botte per accaparrarsi la copertina del ritorno di The Who. E allora perché realizzarne una così brutta?
Ma queste sono quisquilie. Godiamoci la musica The Kids are Back!

 


QUI un'altra recensione e una bella intervista.


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