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Tiga - Sexor

Etichetta: Pias - Voto: 6
Pezzo migliore: You gonna want me

Ed eccomi giungere tra le mani Sexor, l'album che ogni DJ che si rispetti (ma anche quelli che non si rispettano), la stampa specializzata e i blogger più à la page dicono essere l'ufficale big-thing in fatto di club culture.


Io, che ho superato la quarantina da un po', lo ammetto: appena ho visto la tracklist sono andato direttamente alla traccia 11: Burning Down The House, cover di una vecchia canzone dei Talking Heads.
Il gruppo di Byrne la incluse in quell'ottimo disco (Speaking in Tongues) che ebbe la sventura di arrivare dopo il capolavoro assoluto (ed ancora insuperato) della musica rock del dopo punk, Remain in Light.
Speaking in Tongues venne accolto malissimo, stroncato e liquidato in due parole per poi, anni dopo, venire rivalutato ed apprezzato per quello che realmente era: un ottimo vinile pieno di belle canzoni. La dimostrazione di ciò arriva anche dal fatto che solo di Burning down the house ormai le cover non si contano più e l'ultima in ordine ti tempo è quella del DJ più blasonato e richiesto del momento: Tiga.
Il canadese ne realizza un omaggio scarno e diretto così com'è nel suo stile. Batteria e basso elettronici con pochi fronzoli e l'intento di realizzare qualcosa che possa funzionare bene in discoteca. Chiariamo subito: ascoltare questo disco tra le mura domestiche non ha nessun senso e, addirittura, può risultare molesto.
L'operazione è finalizzata al dancefloor ma senza intenzionalità pop (tipo il Martin Solveig) né rock (tipo la scuderia DFA, per intenderci). Tiga in questa occasione (scostandosi dalla ridondanza sentita nel DJ-Kicks da lui gestito lo scorso anno) è armato di poche cose, crea una musica elettronica di vecchio stampo, che non si fa col computer ma con pochi strumenti: una Boss DR-5, un Roland MC-500 e una tastiera, presumibilmente una Yahaha DX7 II FD (tutta roba, chi è appassionato lo capisce, della seconda metà degli anni 80).
L'intenzione è quella di ricreare il suono della storica HOUSE in tutte le sue derivazioni (dall'acid al garage) ricucendola all'osso. Sulla carta suona bene ma Sexor, anziché risultare un eclettico riassunto della sfaccettata personalità di Tiga, finisce per risultarne la sua negazione.
E' un album un po' monocorde e poco adatto ad altri scopi che non siano quelli del ballo. Il gusto raffinato e multisfaccettato del giovane canadese si rivelano qui come se mostrassero avantempo la corda e trasformando quella che sembrava una micidiale macchina da singoli in una raccolta di pezzi house con poca personalità.
Eppure alcune volte sarebbe stato sufficiente farsi un po' da parte ed affidare le parti vocali a qualche voce un po' più efficace. La sua lo è davvero poco.
Non stonata e nemmeno sgradevole. Piatta. Ma a sbagliare sono più probabilmente io.
Tiga è sicuramente un disc-jockey che sa il fatto suo e le sue nuove canzoni sapranno farsi rispettare sulle piste dei club più esclusivi di tutto il mondo. Il problema sta proprio nel trovare una collocazione per Sexor nello spazio che c'è tra quelle piste e lo stereo di casa. Alcuni pezzi sono dignitosissimi: il gioviale martello di "You Gonna Want Me", l'imponente "Louder Than A Bomb" e il già famoso inno "Pleasure From The Bass", sono eccellenti ma estrapolati dalla disco-dimensione appaiono come incompiuti, quasi a lasciar trasparire il bisogno di non aggiungere niente ai due elementi necessari alla danza: il basso e la batteria.
Carina anche la cover di Down In It dei 9Nails e convincente anche il nuovo singolo Good as Gold che fa il verso ai Soulwax rievocando Bomb The Bass.
Epperò Tante piccole perle non finiscono necessariamente per fare una bella collana.
Alla prossima.

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