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Tool - 10.000 Days

Etichetta Sony/BMG - Voto 7

Pezzi migliori: Wings for Marie; 10,000 days

 

Ascoltare i TOOL non è impresa semplice. Dietro al loro ROCK si cela sempre qualcosa che va ricondotto allarte. Ogni loro canzone vive di elementi vari che sono, sì, musica e parole ma anche studio, racconto, passione, teatro, arte

Il primo ricordo che ho di loro è lontano 13 anni e si chiama Sober, un pezzo straordinario che trainava il loro primo album Undertow. Cupo, melodico, intenso e bellissimo. Visto lanno (1993) è stato facile per molti (me compreso) confonderli allora col calderone del grunge, sebbene in realtà nelle loro proposta ci fosse qualcosa che andava ampiamente in contrasto con la corrente rock di Seattle. TOOL erano, fin dagli esordi, decisamente più arty, complessi, piacevolmente dark, con un sapore intellettuale di fondo che li elevava di una spanna non solo sui colleghi del grunge ma anche su quelli più consolidati del metal.

10,000 days è un disco che, ancora, parte dalle stesse fondamenta. Vi si trovano momenti energici e violenti, mescolati a intensissime e lunghe suite psichedeliche e contorte.

Se, per certi versi, vengono soddisfatti i palati più ruvidi con duri riff chitarristici come in Vicarious, Jambi e The Pot dove il distorsore sottolinea ogni ruga dolorosa espressa dalle canzoni, daltro canto si possono godere perle di intensità ed emozione di affascinante lucidità. Ne è lesempio più spettacolare la lunga suite Wings for Marie/10,000 days: 17 minuti divisi su due movimenti, dedicati alla madre del cantante Maynard James Keenan, alla quale è anche dedicato lintero disco (i diecimila giorni del titolo sono quelli che ha passato vittima di una grave malattia)  che si dipana come un un grido di dolore causato dallagonia di una donna che trova momenti di pace solo nella propria Fede.

Lalbum si muove su queste coordinate e appare come una sorta di concept album, sviluppato come un viaggio sonoro, dove le chitarre sono il mezzo di trasporto che ci accompagna nella mente umana e nelle sue diverse sfaccettature. In una canzone Lost Keys si traccia unapologia dellinventore dellLSD Albert Hoffman con  conseguenze sonore e musicali immaginabili per poi, a completare il quadro, trovare tribalismi voodoo (Right in two), Riti satanici (Viginti tres) e canti tradizionali dei nativi americani (Lipan Conjuring) il tutto servito, e pare quasi incredibile, con una coerenza ed una linearità precise e uniformi.

Una nota a parte merita il packaging che, per scongiurare il download abusivo, si presenta davvero irresistibile con immagini oniriche e stranianti visibili in 3D solo con occhialetti speciali in dotazione.

Questo disco non è destinato alla Top10 e alla superficialità della musica di consumo, è un lavoro complesso, fatto di concrete emozioni e di decine di input diversissimi. Per affrontarlo nella maniera corretta è necessaria la predisposizione ad un viaggio dentro se stessi, nelle nostre viscere e in quelle di chi ci è caro, un viaggio fatto di sangue, sudore e anima che rischia di lasciarci esausti ed inermi.

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