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Tosca di Dalla - amore disperato e libertà

Debutta questa sera, al Gran Teatro di Tor di Quinto di Roma, Tosca amore disperato di Lucio Dalla, con la produzione di Ferdinando Pinto e David Zard. 
Opera, musical, qualcosa di nuovo. Una bella creazione, un esperimento destinato ad avere seguito, un concentrato di pensieri, emozioni e ideali.



a cura di attalea


"La luna quella notte era più grande della terra.
Era una di quelle notti di luna piena dove gli innamorati, invece di ascoltare il suo silenzio e la sua musica argentata, le chiedevano nervosi di parlare, di spiegarsi, di invadere il loro destino per sapere quale strada avrebbe preso il loro amore
."

Grande spettacolo di luci, musica, danza, proiezioni video, colori, movimento e sentimento. Coinvolgente, nuovo e modernissimo, con in più la straordinaria forza evocativa di un nome - Tosca - che ha già un suo posto a tinte forti nella storia e nell'immaginario collettivo.
Mettiamoci anche che "il genere" ora impazza, anche se in questo caso non è affatto chiaro di quale genere si tratti; l'insieme è estremamente creativo e difficile da inserire nelle categorie conosciute.
Cos'è quindi?
Alla definizione "musical" il piccolo genio Dalla ha arricciato il naso e detto no. Alla definizione "opera" ho arricciato il naso io in tutta la mia melomania integralista; lui ha detto si, poi ha tentennato, qualificato un po' qui e un po' lì, infine è approdato a un definitivo: "qualcosa di strano, qualcosa di nuovo".
E' giusto così, perché se uno conosce la Tosca di Puccini e pensa di andare a vederla e sentirla reinterpretata da Dalla, si sbaglia parecchio e rischia di restare deluso.
Le parti più belle di questa Tosca sono quelle che non esistono nemmeno nell'originale o che comunque sono state completamente stravolte nei toni e nello spirito, come il balletto del clero nel primo atto, che dovrebbe richiamare il Gloria di Puccini o gli intermezzi di Sidonia, "cantrice" di 'Amore disperato'.
La Tosca di Dalla chiama "Mario, Mario" come quella di Puccini, questo sì, stessa intonazione, stesso pathos vibrante, e la voce di Rosalia Misseri è una voce da Tosca quasi tradizionale, calda e ricca di sfumature. Ma i richiami musicali all'originale, anche se densi di significato, sono pochissimi (sicuramente "L'ora è fuggita") e ce ne sono, invece, altri a tutt'altro, da Will always love you (il brano "Per te") allo stile Avion Travel di uno dei pezzi di Scarpia. Solo sfumature di contaminazioni, comunque, niente di più.
I personaggi sono quelli di Puccini in tutto e per tutto, ma anche qui Dalla ha preso il volo, un bel volo variopinto tra sentimenti e simboli. Tosca e Mario Cavaradossi sono i più fedeli agli originali, lei amante gelosa e tormentata, lui romantico eroe innamorato. Ma già Scarpia, il perfido capo della polizia pontificia, interpretato da un istrionico Vittorio Matteucci (che visto dalla platea ha anche una vaga e piacevole somiglianza con il Ruggero Raimondi di qualche anno fa), tra le tante cose, si esibisce a sorpresa in una cabaletta alla Capitan Uncino, cattivo per piacere e per dolore.
Chi poi è quasi una 'creazione' di Dalla è Angelotti, il console evaso da Castel sant'Angelo che si rifugia da Mario, figura secondaria nell'opera di Puccini e personaggio quasi centrale, simbolo di libertà in questa Tosca.
Tutta l'opera è un inno alla libertà, libertà da Napoleone, dal potere pontificio, dai soprusi di Scarpia, dall'Amore disperato che porta infelicità e rovina ("è amore in mezzo al ghiaccio, nel guanto del potere, un cuore che è vigliacco e non sa volere bene, prende le vite con un braccio, le tiene chiuse al buio, coperte da catene"). Questo amore disperato è in tutti, attraversa tutti - solo Angelotti è libero e si libera - e in ognuno prende forma e senso.
E' come un dolce male o un cattivo bene che agita tutti e confonde il confine tanto che in questa Tosca è Scarpia a concludere il suo doloroso assolo sulle celebri note di "E lucean le stelle", rubando l'aria al suo rivale originale, il Cavaradossi pucciniano.
Geniale e commovente.
Finiscono i due atti e resto inchiodata alla poltrona pensando "bello, ma ci devo pensare". Mi volto verso Zoro, ci guardiamo, secondo me abbiamo la stessa espressione un po' assorta un po' tramortita, ma bella, io mi sento come liberata...
Commentiamo poco, "bello, si", "tutti bravi", "piaciuto un sacco quello che faceva Spoletta, Lalo Cibelli...".
Solo per non lasciarci risucchiare dal flusso in uscita, aspettiamo un po' e, senza nessuna intenzione, ci ritroviamo ad assistere al piccolo grande genio alle prese con i giornalisti "tesserati".
Rispondeva, spiegava, raccontava. Puccini, Matrix, Mahler, rapidi voli sottovoce per poche privilegiate orecchie. Storia, umanità e un sacco di sottintesi. Amabile davvero, ti veniva voglia di stare seduto con lui, magari davanti a una bottiglia di vino, e di dirgli "ora vai, racconta, dì quello che ti pare".
Amabile e adorabile quando, come un bambino, ha quasi preteso un entusiastico e netto "Si, ci è piaciuto", da chi, penna alla mano e professione in testa, continuava a ripetere anche molto onestamente, se non addirittura affettuosamente, "Ci devo pensare". Allora il piccolo grande genio indispettito si è tolto il berretto, si è grattato la chioma bionda (ha i capelli! è biondo!) e ha parlato di blocchi da superare, di "qualcosa di strano e di nuovo", di libertà.
Quando gli hanno chiesto quale ruolo avrebbe scelto per sé, ci ha pensato solo qualche secondo, ha sorriso e ha risposto: "Angelotti".
E prima di andarsene, mentre già usciva dal teatro, si è voltato e ha detto: "La verità è che io ho scritto Tosca perché mi piace."
Ecco la libertà.
 

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