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Tutti i Santi del Super Bowl

di Simone Cosimi 

Il miracolo dei Santi, alla fine, s'è avverato: un sonoro 31 a 17 rifilato ai favoritissimi Colts di Indianapolis – per cui teneva pure il presidente nero Obama, che evidentemente in questo periodo non ne azzecca una manco al picchetto – e la squadra di New Orleans capitanata dal fenomenale quarterback Drew Brees, che in oltre quarant'anni di storia ha vinto zero, si ritrova nel Paradiso sportivo d'America. E così sia.

Uno spettacolo, il Super Bowl. Anche per chi, come noi italioti dalla mente pigra, ha già problemi sostanziali a capire il rugby, figuriamoci il football americano. Fra evidenti eccessi kitch, esagerazioni e sogni (im)possibili, s'è celebrata ieri sera (da mezzanotte e un quarto in poi, in Europa) la liturgia più importante degli Usa dopo lo sfortunato tacchino al forno del Thanksgiving. Basti pensare, per dirne una, che è l'appuntamento – secondo solo a quello in cui si consuma l'enorme e farcitissimo pennuto – in cui gli americani mangiano di più. Per carità, mangiano sempre parecchio, ma ieri sera, ecco, proprio non si sono regolati e fra qualche ora, quando dovranno alzarsi per andare al lavoro (chi ne ha ancora uno) avranno seri problemi. Uno spettacolo esattamente nel senso di show: che non poteva dunque non aprirsi, alle 18 in punto di Miami, con un bizzarro tributo all'ex re del pop. Cento fiati, quelli della Florida University Marching Band, che rifanno Beat It e altri successi di Michael Jackson. Che paura. Per fortuna vengono seguiti da Queen Latifah – dopo la sigla ufficiale, che è un vecchio successo di Alan Parsons, Eye in The Sky – che canta America America. Visibilio. E ancora, l'inno nazionale interpretato dall'angelica e di bianco vestita Carrie Underwood, star tv targata American Idol, e il Sun Life da 75mila persone esplode.

Poi la partita, se volete, ve la leggete nelle pagine sportive dove vi spiegano bene, per esempio, a che servono quegli asciugamanetti che pendono dal pube ai giocatori oppure quanti sono esattamente a correre su e giù per il campo. A farla breve, i primi due quarti pare siano andati meglio per i Puledri e i secondi due abbiamo coinciso con la splendida risalita dei Santi, fino alla cavalcata da 74 yarde (?) di Tracy Porter – imbeccato dall'onnipresente Brees – per i punti della vittoria.

Nell'intervallo s'è consumato quello che da sempre è il più rapido e completo rock show del mondo: in 20 minuti di stop palco montato e montato per ospitare gli allegri sessantacinquenni Roger Daltrey e Pete Townshend – all'epoca, in arte, The Who – che fra aliene luci stroboscopiche hanno buttato in quel catino una manciata di successi in rigorosissimo formato medley, da Pinball Wizard a Won't Get Fooled Again, Who Are You fino a Baba O'Riley (queste ultime tre sostanzialmente inevitabili, visto lo straripante successo dei vari spin off della serie Csi, di cui sono sigle). E poi ancora alcune parti di Tommy. Niente My Generation, ha notato qualcuno, aggiungendo 'per fortuna'. Ci accodiamo comodamente.

Carrie Underwood - L'inno Usa
Lo show degli Who

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