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Vic Chesnutt - Nort Star Deserter

Etichetta: Constellation

Brano migliore: Everything I Say

Voto: 8


Figlioccio della scena indie newyorchese più estrema, Vic Chesnutt s’è sempre distinto per una sonorità ben più “classica”. Le sue sono dolenti canzoni d’autore che attingono a Leonard Cohen e a Robert Wyatt (col quale condivide, per altro, anche una diversa abilità causata da un incidente) senza dimenticare la scuola più grezza dei maestri degli anni 90 tra cui Guy Picciotto dei Fugazi (già alla regia coi Blonde Redhead), che in questo album ricopre il duplice ruolo di chitarrista e co-produttore. North Star Deserter è buono e se dovessero essere pochi minuti quelli concessi per il giudizio, sono convinto che con i primi quindici si avrebbe un’immagine più che sufficiente (e positiva) dell’intero lavoro.

L’iniziale Warm è docile e silente, una piccola canzoncina acustica che usa un linguaggio rassicurante e che ci mette dell’umore giusto per affrontare l’album. Glossolalia, subito dopo, allarga la visuale ed aggiunge carne al fuoco con archi imponenti, voci che si rincorrono e un canto dolente e implorante. Ma. Sono i sette minuti della grandiosa Everything I Say a spiazzarci ancora di più e definitivamente. C’è una drammaticità palpabile nel metodo compositivo che ha richiami soavemente letterari. E’ un momento di musica pop che contiene nel suo impianto tutto il dolore del melodramma. Ci sono archi distorti ed inserti hard-rock, crescendo impetuosi e rintocchi blues, melodia orecchiabile e aggressioni punk. Una specie di opera sinfonic-dark a tratti ambiziosa ed anche un po’ sfacciata, ma che risulta efficace, originale e intensa come solo un grande comunicatore riesce a fare.

Il resto del disco, dopo questo pezzo, potrebbe prendersela comoda per continuare a suonare brani di carattere più tradizionale; e sebbene in certi momenti lo faccia senza vergognarsi (Fodder on Her Wings), in altri attinge a piene mani da un bisogno inesauribile di sperimentazione ed azzardo che lascia impietrito ed affascinato chiunque cerchi di conformare un disco che per qualche istante sembra canonico ma che un attimo dopo spiazza e inquieta. La chitarra di Guy Picciotto in Debriefing è acida e scatenata mentre nella dolcissima Marathon è delicata e suadente.

La lunga Splendid (otto minuti e mezzo) è un altro piccolo gioiello dell’album; dai tratti anche un po’ progressive e con la voce di Chesnutt che in certi passaggi ricorda quella del giovane Peter Gabriel, fa venire in mente le prime complesse opere dei Genesis, senza mai toccare corde nostalgiche o decadenti. Questi mondi paralleli, che nella mente artistica di Chesnutt continuano a convivere, vengono perfezionati in un album mai imputabile all’uno o all’altro, bensì connotato da una singolare e caratteristica personalità riposta in ogni singola nota, in ogni rigo del pentagramma ed in ogni parola espressa nelle liriche. Ed è con queste semplici connotazioni che Vic Chesnutt, a metà strada tra Johnny Cash e i Sonic Youth, ha incontrato il nostro cuore e l’ha portato con se. Non opponiamo resistenza: sicuramente, nel magico universo delle sue canzoni, sarà in buone mani.


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