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Victoria, quel porcellino è proprio un maialone

di Simone Cosimi 

È una di quelle storie che, delle due, l'una: ti metti a piangere in preda allo sconforto definitivo oppure attacchi una risata isterica dalla durata di alcune decine di minuti. La acchiappo al volo dal marasma di microminchiate di cui era infarcita l'edizione di ieri (e anche quella di oggi e di domani) di Studio Aperto delle 12,25. Come dite? Ah sì, pranzo coi frati. Dunque, l'imperdibile vangelo dell'orrore quotidiano riferisce quel che pare più uno sfondapiedi giornalistico, cioè un'invenzione bella e buona, che una notizia autentica (leggi la news): Victoria Beckham avrebbe comprato un toy pig, cioè un specie microporcello da balcone, scoprendo poi che se l'avesse messo all'ingrasso qualche settimana il quadrupede zoccolato si sarebbe comunque trasformato in una puzzolentissimo e gigantesco maiale da salsiccia. Insomma, ha preso una bufala. Anzi una scrofa.

Rewind. Poche settimane fa, a luglio – prima dell'esodo, del continuo controesodo e dei bollini neri e rossi - mi sono imbattuto in una serie trasmessa dalla Rai, intitolata I maestri della fantascienza: una manciata di dignitosi film per la tv tratti da altrettanti racconti di genere. Uno di questi film, intitolato Il mio nome è Jerry (Jerry Was a Man) di Michael Tolkin, ha avuto un sapore a dir poco profetico. Al di là della storia, di sapore vagamente huxleiano, c'è un personaggio nel film – la solita riccona viziata - che si danna l'anima per poter acquistare nientemeno che un elefantino da compagnia. Di dimensioni, ovviamente, microscopiche. E addirittura in grado di scrivere impugnando una penna con la proboscide. Ecco.

Fast forward. Mai avrei pensato di poter assistere a una scena esattamente parallela e del tutto assimilabile appena venti giorni più tardi – e nel mondo reale, fuori dalle inquietanti previsioni della fantasia - con la sola differenza che al posto del minielefante amanuense ci sarebbe stata una miniatura di Babe, il maialino coraggioso della Disney. Per giunta a chiazze! Era davvero troppo.

Quel che mi ha lasciato più atterrito mentre mandavo giù una buona fetta di pane e formaggio Asìno del Friuli (che vi consiglio) non è stata tanto la pubblicità ingannevole dell'astutissima e spietata azienda Little Pig Farm (per favore, non commentiamo il nome...) che spaccia un comune maiale per un prodigio in scala. Quanto l'assoluta, totale, planetaria idiozia della signora Beckham e di chi le dà man forte nei suoi (salatissimi) acquisti quotidiani. Voglio dire: il fatto che uno sia pieno di quattrini non implica che non possa (e debba, aggiungerei) porsi delle domande, anche e soprattutto in situazioni del genere. Tipo una, fra le tante: ma staranno mica prendendoci per il culo, questi della Little Pig Farm, o davvero l'aberrazione dell'eugenetica è già arrivata a questo punto?

E invece niente. Nulla di nulla. Settecento sterline? Figuriamoci, un'inezia per la Posh Spice, che quella cifra la spende tutti i giorni dal macellaio. Quale che sia l'oggetto (o il soggetto) in questione, l'importante è che si possa acquistare. Che sia comprabile. Che abbia un prezzo. Se poi è un maiale in miniatura, un sosia maculato di Nino D'Angelo o un pipistrello parlante, poco male: non sia mai che ci si possa porre qualche scrupolo, prima di concedersi l'ennesima bizzarrìa d'estate. Anche a costo, diciamolo, di essere coglionata dall'intero pianeta Terra. O almeno da quei quattro disperati che seguono Studio Aperto.

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