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Zeitgeist - Smashing Pumpkins

Etichetta: Martha's Music / Reprise - Voto: 6
Brano migliore: Bleeding The Orchid

Despite all my rage I'm still just a rat in a cage ("Bullet With Butterfly Wings": The Smashing Pumpkins, 1995)

Nonostante tutta la sua rabbia, Billy Corgan si sente ancora come un topo in gabbia. Una gabbia che si chiama Smashing Pumpkins. Una gabbia che, come per i canarini d'allevamento, alla fine diventa il posto più sicuro dove stare. Quindi nonostante la voglia di evolversi, il desiderio di cambiare e il bisogno di emanciparsi da qualcosa diventato troppo grande, alla fine il topo Billy (con tutta la sua rabbia) è ritornato in gabbia. L'operazione nasce male: Quelli rimessi in piedi da Billy Corgan non sono affatto Smashing Pumpkins. Mancano due elementi fondamentali come James Iha e D'Arcy e si sente. Non c'è nemmeno Melissa Auf der Maur (ex Hole venuta a rimpiazzare D'Arcy nell'ultima parte della carriera della band). C'è Jimmy Chamberlin… come se potesse bastare. I due nuovi elementi non se la cavano neppure male, bisogna ammetterlo, ma non hanno il carisma dei predecessori. Corgan voleva la sua creatura ed ha cercato di ricostruirla alla bell'e meglio cercando di rimettere insieme delle pedine senza curarsi troppo della qualità. Più o meno come restaurare un Tiziano con dei lampostil. Mi sono addirittura stupito che oltre alla bassista bonazza (si chiama Ginger Reyes), il nuovo chitarrista (Jeff Schroeder) non sia stato scelto con lineamenti asiatici.

Ma ascoltiamo il disco. Di primo acchito viene da tirare un sospiro di sollievo. Corgan abbandona tutte le distrazioni elettroniche degli ultimi anni e torna a un tradizionale set elettrico fatto di chitarre che sicuramente gli si addice di più. Il suono dell'album è mediamente buono, si capisce lo spasmodico tentativo dell'autore di riprendersi qualcosa di grande, una parte della sua vita e della sua carriera che gli era sfuggita di mano. Si sentono, tra le righe (del pentagramma) dei piccoli messaggi per i vecchi fans, come a dire "hey, ragazzi, siamo qui, sentite?" e alcuni piccoli accorgimenti per arruolare qualche nuovo adepto da far saltare sotto il palco. A mancare davvero sembrano essere le buone intenzioni. Il lavoro somiglia più a un progetto a tavolino nel quale Corgan decida di giocarsi l'ultima carta. Mancano gli Smashing Pumpkins per tutti i 52 minuti del disco. C'è solo Billy Corgan e ce n'è tantissimo, tracima. Viene da chiedersi perché non pubblicare Zeitgeist a nome suo. Davvero non riesco a spiegarlo se non per la ragione più triste del mondo. Sì. Proprio quella che state pensando anche voi. Poi, vabbè, dentro a Zeitgeist ci sono delle cose anche discrete: nel tentativo di ripristinare quell'attitudine un po' hard-rock e un po' dark, marchiata a fuoco nel tandem Siamese Dream/Mellon Collie, Billy riesce a farci dimenticare le baggianate pop-tamarre di Adore (quelle di Machina sono sicuro ve le siete dimenticate da soli) riportandosi su un territorio molto più personale che, ribadendo il concetto di prima, mi sembra molto più onestamente vicino al suo unico disco solista (The Future Embrace).

Il tema generale delle canzoni è quello suggerito dalla copertina: la situazione politica americana e i suoi inevitabili effetti sul resto del mondo. Canzoni arrabbiate, toste, ed epiche che hanno solo il difetto di somigliarsi un po' tutte. La bella atmosfera di Bleeding The Orchid ci riporta ai giorni di Mellon Collie. Ha una dolente costruzione che si muove tra cori e chitarre distorte ricreando un'atmosfera da processione pagana nella quale il cantante si muove con consueta dimestichezza. Doomsay Clock, che apre il disco e soprattutto 7 Shadess of Black hanno quel gusto hard-pop di carattere epico che facilmente si inseriranno nelle scalette dei concerti inoltre posseggono dei ritornelli talmente potenti nella loro orecchiabilità da essere quasi fatti apposta per permettere al pubblico di cantare in coro da sotto il palco. Ecco, è questo il principale difetto di Zeitgeist: tutto sembra fatto con uno scopo. Dell'istantaeo linguaggio del rock c'è davvero poco o nulla. Corgan rivoleva la sua creatura che, in quando artefice originale, s'è sentito in diritto di riprendersi e ricostruirsi sulla sua pelle. Ciò che gli è sfuggito è che di quella creatura, tutto sommato, facevamo parte anche noi i quali, come James Iha e D'Arcy, forse non sentivamo così tanto l'esigenza di ritornare su questi passi. Quando scaricate il CD fate un passaggio di Photoshop sulla copertina. Cancellate il nome della Band e scrivete quello di Billy Corgan. Mentre ascoltate il disco sarete immuni da quell'effetto stridente che ho avvertito io. E, vi dirò, in questo modo riesce ad essere addirittura carino.


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